Comunicazione “umanitaria”: serve un approccio consapevole, non un reality show

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foto Tommaso Della Longa – ItRc

Cosa si pensa appena sentiamo la parola profugo? A persone in fila senza più nulla, a donne e uomini che non hanno alcuna risorsa per vivere, a dei “disperati”. Molto meno probabilmente si pensa alle cause, ai perché, al dramma più grande che una persona possa vivere, ovvero dover lasciare la propria terra, i propri cari, la propria vita. E se dicessimo la parola “Africa” a cosa penserebbero subito tutti? Al famigerato “Terzo Mondo”, alla povertà, all’immagine dei bambini con la pancia gonfia e gli insetti sul viso. E forse poco altro. Così la comunicazione di queste tragedie viene fatta sulle teste di popoli in fuga e di gente che sta male per scatenare un po’ di pietismo nelle case degli italiani che così potrebbero decidere di donare qualche euro alla causa dell’umanitario.Perché stiamo scrivendo tutto questo? Perché c’è bisogno di una riflessione, seria, ponderata, concreta, su come e cosa si comunica di questi mondi. Su come e cosa si fa arrivare nelle case degli italiani quando si parla di terzo settore, catastrofi umanitarie, gente che scappa da guerra e carestie, migranti che arrivano sulle nostre coste. Una riflessione, ovvio, che parta da una sana autocritica in un mondo, quello dell’umanitario, che ha alcune volte sbagliato la comunicazione di queste tragedie. Perché scrivere ora tutto questo? Perché non possiamo esimerci dal dibattito che sta coinvolgendo Ong e onlus sul prossimo reality targato Rai che si chiama “Mission”. Dalle prime notizie si tratterebbe di personaggi famosi che vanno a vivere nei campi profughi. Certo, non l’abbiamo visto e speriamo di sbagliarci. Ma le notizie che trapelano destano quanto meno grande preoccupazione.

  

Il rischio concreto è che trasmissioni di questo tipo aumentino solamente la spettacolarizzazione dei drammi, ma non riescano a spiegare fino in fondo cause e conseguenze. E che creino ancora di più nel cittadino l’idea che tutto questo sia lontano anni luce da noi. D’altra parte le isole dei famosi sembrano posti che non esistono: cosa succederebbe se il telespettatore pensasse lo stesso dei campi profughi?Poco tempo fa siamo stati a Zaatari, un campo profughi immenso in terra giordana, dove decine di migliaia di siriani vivono scappando dal conflitto armato. Abbiamo negli occhi i campi di transito tra Tunisia e Libia. O quelli congolesi dove centinaia di migliaia di persone vivono da anni. Forse nessuno di noi sente il bisogno di un vip che passeggia tra le telecamere e magari mangia pure gli stessi pasti dei profughi per qualche giorno. Serve un approccio più consapevole e serio. Un approccio che porti le tematiche umanitarie in primo piano e non sempre sullo sfondo. Un approccio che porti a un cambiamento culturale quando si affrontano tematiche di questo tipo. Una crescita di consapevolezza per far comprendere a tutti il proprio potenziale in quanto essere umano e quanto ognuno di noi possa fare nel suo piccolo tantissimo per cambiare le cose. Un modo di fare comunicazione e giornalismo che dia voce a chi voce non ha. Il resto fa parte della sindrome dello spiare dal buco della serratura: non c’entra nulla con l’aiuto agli invisibili, agli ultimi, ai vulnerabili.

  

      

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