Sulla costa di Gibuti, lungo una delle rotte migratorie meno note ma più drammatiche, molte persone si fermano prima ancora di vedere il mare, dopo giorni o settimane di cammino in condizioni estreme che rendono impossibile continuare. Il caldo, la stanchezza e l’incertezza trasformano la sosta in un prolungamento forzato della traversata.
Chi sosta lungo le zone costiere si trova di fronte il Golfo di Aden, passaggio obbligato verso lo Yemen e poi, nelle speranze di molti, verso i Paesi del Golfo. È una distanza breve sulle mappe, ma per chi parte su barche sovraccariche e insicure è una frontiera pericolosa. Molti lasciano casa per cercare lavoro e sostenere i propri cari; in tantissimi, però, restano bloccati in Gibuti, intrappolati tra vulnerabilità, violenze e accesso limitato ai servizi essenziali.
Gibuti, nel Corno d’Africa, è un paese piccolo che si trova a gestire un flusso di persone in transito enorme rispetto alle proprie dimensioni. Si tratta di un carico umanitario e sociale che mette sotto pressione servizi, territori e comunità locali.
Il Paese è un passaggio chiave tra Africa orientale e Penisola Arabica per la sua posizione geografica, tra Mar Rosso e Golfo di Aden, che risulta fondamentale per le rotte migratorie verso lo Yemen.
I numeri spiegano la portata del fenomeno: in un Paese da poco più di un milione di abitanti, nel solo 2025 si sono registrati oltre 293.000 movimenti migratori (dati IOM).
La rotta orientale verso lo Yemen e il ruolo della CRI
La rotta parte soprattutto dall’Etiopia e attraversa aree desertiche fino ai punti sulla costa dove imbarcarsi. Lungo il percorso le persone migranti affrontano fame e disidratazione, temperature estreme fino a 50 gradi, sfruttamento, abusi e violenza.
Quando la traversata avviene, i pericoli non finiscono. Chi riesce ad arrivare in Yemen, infatti, si ritrova in un paese distrutto da anni di guerra, in cui la situazione umanitaria è catastrofica, senza alcuna struttura in grado di fornire assistenza, e rischi altissimi per la propria sicurezza. Continuare il viaggio verso l’Arabia risulta spesso impossibile.
Il Gibuti si trova quindi ad accogliere migliaia di persone migranti, alcune delle quali in transito, ovvero con l’intenzione di continuare il viaggio, e altre cche scelgono invece di rimanere nel paese e chiedere protezione.
Le persone migranti in transito, principalmente etiopi, tendono a fermarsi nelle città lungo la rotta migratoria, in particolare ad Ali Sabieh, Dikhil, Tadjoura e Obock, dove spesso rimangono bloccate in condizioni di forte vulnerabilità.
Coloro che richiedono asilo confluiscono invece nei grandi campi profughi, insediamenti presenti dagli anni ’90, quando la regione fu scossa da numerosi conflitti in Somalia, Eritrea e Yemen. I principali campi sono ad Ali Adde e Holhol, nel sud del Paese, abitati soprattutto da persone di origine somala ma anche etiope, e a Obock, nel nord, dove il campo di Markazi accoglie prevalentemente popolazioni eritree e yemenite. Nonostante esistano da oltre trent’anni, questi campi presentano ancora condizioni estremamente precarie. L’accesso all’acqua potabile, ai servizi igienici e alle cure sanitarie resta limitato e non sempre garantito, rendendo le persone che vi risiedono particolarmente esposte a rischi sanitari e di sicurezza personale.
In questo scenario, la Croce Rossa Italiana supporta la Mezzaluna Rossa del Gibuti attraverso una collaborazione strutturata che, nel settembre 2024, ha visto anche l’apertura di una delegazione nella capitale del Paese. La CRI è ad oggi l’unica Società Nazionale del Movimento con una Delegata stabilmente in loco: una presenza concreta che rafforza il lavoro quotidiano nei territori più esposti, in particolare nella regione di Dikhil e lungo i principali corridoi migratori.








L’assistenza lungo i corridoi migratori
Nei punti di passaggio e lungo i corridoi migratori che attraversano le aree desertiche, l’azione umanitaria congiunta permette di salvare numerose vite. Grazie a delle unità mobili attive nelle rotte maggiormente frequentate, alle persone esposte a livelli critici di disidratazione e patologie legate alla fatica del viaggio vengono distribuiti alimenti ad alto contenuto energetico e acqua potabile, oltre ad altri generi di prima necessità.
La Mezzaluna Rossa, con il supporto della CRI, fornisce alle persone in transito assistenza sanitaria, screening medici e trasferimenti urgenti verso le strutture sanitarie, resi possibili grazie a un’ambulanza donata dalla CRI e diventata un mezzo fondamentale per le autorità sanitarie locali.
Sulle rotte più difficili un ulteriore pericolo è la disinformazione che nei casi più estremi può costare la vita. Fornire informazioni chiare sui rischi del viaggio e orientare le persone ai servizi di assistenza disponibili, sono tra le attività che svolgono gli operatori di Mezzaluna Rossa per ridurre l’esposizione a pericoli immediati e aiutare le persone a prendere decisioni più consapevoli in merito al proprio percorso migratorio.
Ristabilire i legami familiari contro l’isolamento
Ai pericoli e alle privazioni del viaggio si aggiunge spesso un dramma silenzioso: la separazione familiare. Migliaia di persone perdono contatti con i propri cari durante la traversata, con conseguenze psicologiche profonde.
Le attività di ristabilimento dei legami familiari, Restoring Family Links (RFL), sono uno dei pilastri dell’intervento umanitario in Gibuti. I volontari della Mezzaluna Rossa permettono di effettuare chiamate gratuite alla propria famiglia, mandare messaggi e tracciare i casi di persone scomparse.
Come sottolinea Federica Castellana, “A volte le persone che assistiamo non hanno contatti con la famiglia da mesi. Sentire la voce di una persona cara restituisce forza per continuare, o anche per scegliere di tornare indietro.” Non si tratta solo di “fare una telefonata”: in un contesto segnato da violenza e precarietà, significa ridare identità e stabilità emotiva.
Le attività RFL riducono inoltre l’esposizione a ulteriori rischi legati alla disinformazione, permettono scelte più consapevoli sul proprio viaggio migratorio, e contribuiscono a prevenire ulteriori vulnerabilità, soprattutto nel caso di minori e donne sole.
L’Humanitarian Service Point e la prevenzione
A Dikhil è presente un Humanitarian Service Point, uno spazio sicuro dove gli operatori della Mezzaluna Rossa portano avanti una risposta integrata che unisce salute e attività di Igiene e Sanificazione, per proteggere sia le persone migranti in transito che le comunità ospitanti più vulnerabili.
L’assistenza parte dai bisogni immediati, tra cui primo soccorso e supporto psicosociale, e si estende alla prevenzione. L’accesso a pratiche igieniche sicure è al centro dell’intervento, con la distribuzione di kit igienici e mestruali, insieme alle attività di sensibilizzazione portate avanti nelle comunità. Ciò aiuta a ridurre il rischio di malattie trasmesse dall’acqua, infezioni cutanee e altre patologie legate a condizioni di vita precarie.
La promozione dell’igiene personale e domestica, il lavaggio delle mani, la gestione sicura dell’acqua e l’attenzione all’igiene mestruale non sono azioni separate, ma parte di un unico lavoro di sanità pubblica che rafforza la protezione quotidiana di donne, uomini, ragazze e bambini. Queste attività riducono infatti i rischi di malattie e proteggono la dignità delle persone in movimento e delle comunità che le accolgono.
Un impegno che prosegue
La crisi migratoria in Gibuti resta grave e complessa, per questo la Croce Rossa Italiana continua a supportare la Mezzaluna Rossa di Gibuti per rafforzare la risposta umanitaria e proteggere sia chi è in movimento sia le comunità ospitanti più fragili.
In questo percorso, la conclusione a febbraio 2026 del progetto ECHO rappresenta una tappa importante, ma non un punto di arrivo: il sostegno della CRI prosegue, con la stessa responsabilità e la stessa presenza sul campo, per dare continuità all’assistenza dove i bisogni restano più urgenti.
Perché nessuno deve essere lasciato indietro.




