Per 12 anni schiavo in Mali, Salif ora è volontario a Scandicci della Croce Rossa Italiana. “Finalmente aiuto qualcuno perché lo voglio fare”

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foto di Laura Bastianetto

di Laura BastianettoSalif è stato per  12 anni schiavo, come nel film di Steve Mc Queen tratto da un fatto vero dell’America secessionista. La sua storia, però, è figlia dei nostri giorni: anni 2000, in Mali. Salif è una di quelle tante facce che si vedono a bordo delle navi che approdano sulle nostre coste.  È arrivato in un afoso pomeriggio dell’agosto 2014, dopo essere scappato dal Mali, dal Burkina Faso, dal Niger e infine anche dalla Libia. La sua unica “colpa”: essere nato in un paese dove se nasci schiavo, muori in schiavitù e i segni di quella sottomissione ti restano addosso a vita come timbri marchiati a fuoco sulla pelle. Salif è sbarcato in Sicilia con gli occhi bassi e pochi stracci addosso, ma finalmente era salvo. Oggi ha 18 anni, compiuti nel gennaio scorso ed è un volontario della Croce Rossa Italiana, grazie al progetto “Cittadini del mondo-Scandicci si cura”,  siglato dal Comune in provincia di Firenze, dal Comitato locale della Croce Rossa e dalla Cooperativa sociale Il Cenacolo, che ha come obiettivo l’inclusione sociale dei migranti richiedenti asilo politico nell’ambito di attività di  volontariato a tutela degli spazi pubblici e per la sicurezza del territorio. Insieme con Salif, altri 33 ragazzi scappati da guerre e torture, hanno deciso d’indossare la divisa CRI e sono all’opera ormai da tre mesi nei giardini comunali di Scandicci e nei parchi pubblici. Un modo utile per impiegare il tempo che separa dalla domanda di asilo alla decisione della Commissione Territoriale. Un mezzo per adoperarsi per la comunità ospitante imparando meglio l’italiano e allo stesso tempo formandosi su alcune attività specifiche. Salif oggi è contento perché, dice, “sono stato a disposizione degli altri fin da quando sono nato, ricevendo in cambio torture di qualsiasi genere e mai un ringraziamento. Oggi posso aiutare gli altri perché sono io a deciderlo e mi sento davvero utile”. Ormai è passato quasi un anno da quando Salif è arrivato a Scandicci. La mediatrice culturale della cooperativa “Il cenacolo” Nassera ricorda bene i suoi primi passi da uomo libero. Ha dovuto imparare a esserlo. All’inizio teneva i piatti degli altri con quei segni sulle mani e sulla schiena a ricordargli (se ce ne fosse bisogno) il suo passato, aveva sempre gli occhi bassi e un atteggiamento di sottomissione rispetto ai suoi compagni. Poi quel comportamento si è trasformato in immagini da tenere lì, in qualche scompartimento della memoria. A Salif oggi sono rimasti i ricordi degli stracci da indossare fin da piccolissimo per distinguersi dal figlio del padrone, del lavoro giornaliero dall’alba fino alla tarda serata per svolgere i lavori domestici, cucinare, pulire e mangiare solo se avanzava qualcosa e comunque dopo tutti gli altri. A Salif sono rimasti i segni delle torture inflitte con i fili elettrici, il ricordo della manciata di ore a notte passate a dormire su giacigli improvvisati accanto alla spazzatura fuori nel cortile della casa padronale, è rimasta la violenza perpetrata su di lui per ogni inezia, il divieto di lavarsi, di pregare, di sedersi anche solo un attimo per riprendere fiato. Guai a tornare dai campi padronali senza aver finito tutto il lavoro, pena ulteriori torture fino al giorno in cui Salif è stato picchiato in testa con la zappa. In quel momento ha scelto perché per la prima volta ha temuto davvero di morire. È scappato dal Mali e ha optato per la vita e la libertà. È passato per il Burkina Faso, il Niger e infine la Libia dove è stato trovato senza documenti e rinchiuso. Un mese dopo, con i fucili puntati alla tempia, è stato costretto a uscire e spinto su quei barconi che attraversano ormai ogni giorno il Mediterraneo. Salif è arrivato in Italia a 17 anni, analfabeta e schiavo. Oggi sta imparando l’italiano anche insieme con gli operatori del Comitato di Scandicci della Croce Rossa, ed è riuscito a debellare un virus contratto per le condizioni in cui ha vissuto fino ai suoi  16 anni, ha imparato a usare il telefono cellulare, a usare viber per parlare con i suoi nuovi amici, gli unici amici mai incontrati. Salif sta imparando a vivere da uomo libero, pensa spesso ai suoi fratelli più piccoli lasciati in Mali chiedendosi se mai riuscirà a salvarli. Nel frattempo Salif ha imparato a guardare negli occhi le persone che incontra, a testa alta, da uomo libero.

  

  

          

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